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Introduzione a Civiltà delle macchine

di Gillo Dorfles

Il testo qui riprodotto è l'introduzione al volume, curato da Vanni Scheiwiller, Civiltà delle macchine. Antologia di una rivista. 1953-1957, Libri Scheiwiller, Milano 1989.

L'eco delle dispute attorno alle Due Culture - il testo di C. P. Snow tanto celebrato negli anni Cinquanta - creava in quel periodo un'atmosfera propizia al coinvolgimento degli intellettuali nell'ambito delle scienze (forse più che non quello degli scienziati nell'ambito dell'arte).

Da parte di molti - filosofi, critici, studiosi di formazione umanistica, ma anche artisti e letterati - la convinzione che le due culture potessero - anzi dovessero - convivere s'era fatta sempre più netta e accettata.

Già il rapido sviluppo di nuove tecnologie utilizzate per la ricostruzione dell'Europa distrutta dalla guerra, che aveva quasi del miracoloso, e il venire alla ribalta della stampa quotidiana di alcune teorie - dei quanta, dell'informazione, della cibernetica - che fino a pochi anni addietro si erano sviluppate soltanto negli ambulacri dei laboratori e nelle aule universitarie - dava a molti la sensazione che ci si avvicinasse a una nuova era di feconda osmosi tra arte e scienza, tra tecnica e poesia.

Non affermo quanto sopra con malcelata ironia, ma solo per dare subito l'idea di come quei periodo - per molti versi fecondo di attività, di progettazioni, di scoperte fosse propenso alla nascita di una rivista come Civiltà delle macchine.

Oggi - guardiamo forse con un certo sospetto a quelle idee, a quegli ideali. Il crollo di tante ideologie, che ha segnato il corso degli ultimi anni; il declino di certi miti progressisti, della fiducia in una scienza impeccabile e soltanto benefica; e, d'altro canto, il trauma inferto al prepotere della Ragione dal riaffiorare d'una fede - o almeno d'una speranza - nell'elemento irrazionale, mitico, immaginario, fanno sì che non sia agevole riproporre e rinverdire la situazione di quegli anni senza tradirne - in bene o in male - la nera consistenza e l'autentica portata. La presa di coscienza di molti fenomeni che solo gli ultimi tempi hanno chiarito, la pericolosità dello strapotere tecnologico che recenti catastrofi (Chernobil, alghe, piogge acide) hanno evidenziato, fanno sì che molto del fascino che allora ebbe l'illusione d'una scienza alleata alla natura, si sia offuscato.

Ricorderò sempre un mio breve viaggio con Ungaretti da Bologna a Venezia (che già altrove ebbi a citare) e l'entusiasmo del vecchio poeta - percorrendo col treno il ponte lagunare - quando ci apparvero le sagome scintillanti degli impianti industriali di Marghera tra la sottile nebbia d'un tramonto settembrino. Oggi, purtroppo, sappiamo quanti danni hanno provocato alla natura del luogo quegli impianti, quanto inquinamento è da ascrivere a quelle strutture industriali che ci sembravano così belle nella loro purezza levigata e specchiante.

È bastata, cioè, una trentina d'anni a spengere i nostri entusiasmi avveniristici per il progresso scientifico e a farci rimpiangere la natura libera dagli artifici della meccanica e dalla minaccia della forza atomica. Eppure era indispensabile che l'uomo si avvedesse del peso che il mondo delle macchine, delle avventure spaziali, delle comunicazioni elettroniche, aveva (e doveva avere) anche per una evoluzione della visione estetica del mondo, per l'avvento d'un "gusto" interessato non solo ai prodotti della creatività manuale, ma anche a quelle opere e strutture che solo la Macchina poteva produrre.

Ricordo molto bene i'impressione che mi fecero, a quei tempi, le parole con cui Leonardo Sinisgalli mi accennò alla rivista che aveva in mente di lanciare dopo la positiva esperienza della rivista " Pirelli " e con la " libertà " che gli venirla concessa dalla Finmeccanica, valendosi d'una collaborazione delle più ampie e variegate.

Sinisgalli - uno degli uomini per il quale ho avuto la più affettuosa stima e quasi una sorta di invidiosa ammirazione per la sua capacità di fondere l'utile e il piacevole, di essere al tempo stesso poeta e ingegnere, letterato e tecnologo, - era certo uno dei pochissimi - forse l'unico - che avesse la preparazione e la fantasia necessarie a mettere in atto un progetto così ambizioso e azzardato e a trarne un frutto così saporito.

L'impostazione che Sinisgalli dette a " Civiltà delle macchine", una testata che doveva affermarsi subito come una delle più insolite e avvincenti e che era destinata a prolungarsi oltre il periodo della sua direzione, fu sin dall'inizio totalmente aderente alla particolare visione del mondo del suo direttore. Il quale invitò subito a collaborare personalità contrastanti ma tutte di singolare spicco: poeti come Ungaretti, De Libero, Solmi, Caproni, Gatto, Villa, Parrella, Rafael Alberti; matematici e scienziati come Somenzi, Wiener, Vaccarino, Ceccato, Pannaria, Cuzzer; critici d'arte come Argan, Crispolti, Maldonado, Carrieri; letterati come Fortini, Pampaloni, Comisso, Moravia, Gadda, Buzzati; artisti come Burri, Mafai, Consagra, Capogrossi, Scialoja, Turcato, Perilli, Vedova, Coffa, Pomodoro; architetti come Portoghesi, Candela, Neutra, Oud; filosofi come Paci, Assunto.

Certamente l'epoca era propizia a un simile "interplay". Come dicevo più sopra: il mito d'una civiltà basata sulla tecnologia più avanzata era ancora molto potente; e, d'altro canto, la convinzione di Sinisgalli che anche il poeta e i'artista potessero accostarsi all'universo scientifico (e, nel suo caso lo dimostravano i suoi scritti come Furor mathematicus, le sue ricerche di geometria analitica, i suoi versi) facevano sì che il terreno in cui i testi della rivista potevano addentrarsi fosse molto vasto e fertile e permettesse tanto le disquisizioni altamente scientifiche (sia pure a un livello divulgativo), quanto la presenza di testi decisamente letterari o di critica dell'arte e dell'architettura.

Per non citare che un caso molto tipico e molto convincente: quando Sinisgalli fece tradurre alcuni brani della Farbenlehre di Goethe e li pubblicò sulla rivista, realizzò un'operazione che appena in questi ultimi anni sarebbe stata portata a termine e ripresa in considerazione. Dare il giusto peso a opere come quelle scientifiche di Goethe era, per quel periodo, tutt'altro che pacifico e suscitava in molti pseudoscienziati un deciso rifiuto. Allo stesso modo poteva sembrare assurdo il fatto di comporre - come Sinisgalli fece attorno a quel tempo - dei " versi " (giacché tali erano) per reclamizzare le singolari caratteristiche d'un pneumatico: un tipico esempio di osmosi tra elemento poetico e slogan pubblicitario.

È per tutte queste ragioni che in questa vasta antologia delle più importanti pagine della rivista curata da Vanni Scheiwiller, possiamo imbatterci nelle sottili analisi di Portoghesi attorno ai "ferri" di Borromini, come in quelle di Argan su Gropius, in quelle di Perilli su Pevsner e Gabo, o in quelle di Solmi e di Bo sulla civiltà delle macchine.

Ma più ancora dei testi dedicati all'arte e alle lettere mi sembrano stimolanti quelli che si riferiscono a una nuova concezione del rapporto uomo-macchina, alla natura della pubblicità, o quelli riguardanti gli aspetti cibernetici, sociologici, economici, delle nuove industrie.

Sinisgalli, che fu tra i pochissimi ad avere una solida preparazione scientifica e matematica oltre a una acuta sensibilità estetica, era in grado di giudicare meglio l'opportunità di "commissionare" a poeti, filosofi, cibernetici, economisti, alcuni dei testi più significativi per la sua rivista. E credo di poter affermare - proprio rifacendomi a quella che era l'atmosfera culturale dell'epoca - che per molti di questi collaboratori (soprattutto per i letterati e i filosofi) l'invito di Sinisgalli sarebbe stato il primum movens per un nuovo modo di concepire la situazione del proprio tempo e di accettare quella difficile osmosi tra arte e scienza.

Ecco perché proprio oggi risulta oltremodo tempestivo riprendere in mano molti dei testi e delle immagini che li accompagnano e rileggere, ad esempio, la serie di lettere a " Civiltà delle macchine" che costituiscono un piccolo campionario del pensiero epocale, quando si ponga mente ai foro autori: Gadda e Moravia, Buzzati e Ungaretti, Ferrata e Tofanelli.

Questi testi e queste immagini ancora oggi stupiscono per la foro spesso eccezionale preveggenza: il valore degli studi cibernetici, il peso delle nuove possibilità comunicative, il futuro delle centrali nucleari, i'efficacia estetica delle sollecitazioni meccanicistiche sulla creazione artistica, sono tutti fenomeni di cui non è possibile ignorare la portata.

Certo: molte delle espressioni esaltatrici del nuovo e d'una evoluzione senza agguati della scienza, suonano oggi appannate; molte operazioni artistiche, allora inedite, ci appaiono rosicchiate dal tempo. Eppure rimangono alcuni capisaldi che ancora si possono considerare attuali e vitali che ci permettono di guardare alle pagine di " Civiltà delle macchine " come a una sorta di summa del pensiero scientifico, critico, sociologico, estetico quale appariva alla metà di questo nostro combattuto e controverso secolo.

29 Gennaio 2012

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