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Sinisgalli poeta

Franco Vitelli

Poesia, anno XIV, febbraio 2001, n. 147.

 

Mi sorprendo in contraddizione a dover delineare un profilo di Leonardo Sinisgalli poeta, proprio quando più insistenti si fanno per me i richiami di tutta l'esperienza allotria, presente nella prosa.

Mi chiedo come abbia fatto a prender corpo l'idea di un Sinisgalli schiacciato e quasi recluso entro i recinti ermetici, a fronte del dislocarsi di un'attività poetica che si distende per più di mezzo secolo, dalla metà degli anni Venti sino alla morte nel 1981.

Beninteso, dell'ermetismo Sinisgalli era stato partecipe con quelle sue prime raccolte, o piuttosto francobolli poetici, come amava definire i due libricini di Scheiwiller, le 18 poesie e Campi Elisi; e tuttavia anche qui con una colorazione sua e per certi versi eterodossa, fors'anche derivata da una matrice antropologica di stampo meridionale.

L'idea della poesia fatta di una lega impura, certo maturata progressivamente, lo mise di fatto fuori dall'ortodossia ermetica, gli costò anzi la "scomunica" del suo primo autorevole patrocinatore, Giuseppe De Robertis, che non riusciva più a seguire, e per ciò ad avallare, un interno autorevole sviluppo verso i furori matematici che inglobavano l'orizzonte vasto della modernità. Quando si dice scienza, per Sinisgalli si ha da intendere un universo variegato che trova soddisfacente illuminazione in una definizione e contrario, la non poesia.

Un terribile dubbio angoscia: l'allievo di Enrico Fermi alla scuola di Via Panisperna, passato per tradimento alla poesia e all'arte, ingegnere per professione, forse non può dirsi propriamente ed esplicitamente un poeta della scienza. Questo suo background filtra e vivifica attraverso vene sotterranee che vanno a depositare i loro umori in una superficie umida e pregnante, che costituisce il naturale antefatto della poesia. Vuoi sotto l'angolo speculare di una vista a largo spettro in grado di cogliere le vibrazioni del profondo attraverso una pupilla che incamera la natura pittorica dell'oggetto, vuoi sotto il profilo di un metodo che analizza distingue estrae l'essenza come a delineare nella sintesi poetica la legge fondamentale dell'universo. Di balzo in balzo questo processo di scarnificazione del reale trova elevata rappresentatività nelle ultime tre raccolte: Il passero e il lebbroso, Mosche in bottiglia, Dimenticatoio. Si direbbe che la poesia nasce da un unico blocco generatore, che solo ragioni strutturali fanno distribuire in libri distinti: siamo al punto della convergenza tra il responso dell'oracolo consegnato in antiche laminette greche di sapore orfico e la reductio del crivello scientifico che non tollera l'abundantia cordis. L'arte della poesia si deve reggere sul filo dell'equilibrio, come il funambolo non può abbandonarsi di qua o di là, pena la caduta nel precipizio. È una questione di sopravvivenza, anche, perciò si coglie la tensione consumata nel raggiungimento della meta e il dubbio che il solleone possa strozzare la vena della poesia divenuta sempre più esile.

Di quei Campi Elisi del 1939 il componimento eponimo d'esordio e quello di chiusura, "Vidi le Muse", non a caso utilizzato per sistemare le poesie dal 1931 al 1942, sono come il marchio che ha qualificato in emblema la produzione in versi di Sinisgalli. L'immagine virgiliana dell'oltremondo serve a dispiegare un epos contraddetto, direi corroso dall'interno nonostante la solennità dell'attacco sancita dall'efficacia del suono allitterante in d ("Di là dalla dolce provincia dell'Agri"). Il meccanismo scatta perché intanto non di eroi si tratta, ma di "oscuri morti familiari"; e poi fa gioco l'ambiguità semantica di aggettivi e sostantivi che poco hanno a che fare con la chiarezza epica. In uno con l'accenno di segno materialistico delle salme che assolvono una funzione fertilizzante si colloca in chiusura il tema principe della condizione poetica meridionale che consiste nello scarto ­ vissuto come perdita dolorosa ­ tra la felicità edenica dei tempi antichi e la triste aridità del presente.

La poesia come lusus e la degradazione dell'oggetto poetico o, se si preferisce, della "perdita d'aura",trovano accenti significativi in Sinisgalli; e quelle Muse che appaiono in visione appollaiate sulla quercia a gracchiare come corvi, difficilmente vanno via dalla nostra mente e non potevano non assumere carattere programmatico per il poeta di Montemurro. Lo stupore di quella inusitata metamorfosi e la sua presa d'atto, la richiesta di spiegazione, il racconto dell'esperienza. Tutto converge nell'acutezza barocca, nell'intreccio tra cuore e meraviglia, dove non si mancherà di sottolineare anche l'importanza del primo elemento che già aveva dato il titolo alla prima "preistorica" raccolta: "Meravigliato il mio cuore / chiesi al mio cuore meravigliato. / Io dissi al mio cuore la meraviglia".

Sinisgalli aveva antenne sensibili e captò a suo modo l'urgenza della realtà che premeva nello snodo fondamentale del secondo dopoguerra, allorquando le istanze civili facevano aggio sulla poesia. Non aveva predisposizione a recepire in forma massiccia e definitiva la tecnica del parlato e la poesia come cronaca; piuttosto, l'indirizzo si coglie compresente con altri nelle raccolte de I nuovi Campi Elisi (1947) e de La vigna vecchia (1956). Il tratto più visibile è l'accesso alla poesia come discorso e racconto che sperimenta anche forme interessanti di innesto del discorso virgolettato, come per dare più forza alla verità del vissuto e una indubbia vitalità drammatica alla rappresentazione. Si vedano almeno "Crepuscolo di febbraio a Monte P." e "Paese". Che sia il paese a favorire queste aperture non deve stupire, era lì che trovava dispiegato più forte il repertorio delle occasioni reali che la storia aveva segnato di ferite. Ma Sinisgalli non smentisce se stesso e accanto a elementi cronachistici fa vivere la consapevolezza che "solo un ragazzo può sporgersi agli orli / dell'abisso per cogliere il nettare / tra cespi brulicanti di zanzare / e di tarantole". L'infanzia poteva essere gridata a perdifiato nel gioco nostalgico della dolcezza che si coglie a ritroso, ma nel contempo rappresentare la chiave di penetrazione del reale. Nelle due elegie del 1936 ("Mi ricorderò di questo autunno" e "Dolce compagno dove sei?") forse è da vedere qualche lontano sintomo per "Pasqua 1952" de La vigna vecchia. Questo componimento rappresenta una delle punte più alte della poesia sinisgalliana. È poesia di compendio, quanto a motivi e tonalità psicologiche, direi per il sostrato morale che sempre sottosta in Sinisgalli, nonostante le liberatorie attestazioni del contrario. Ha rappresentato persino modello, prefigurando una linea di poesia dell'esule che ritorna e interagisce tra nostalgia rimpianti ipoteche della storia e della sorte. Tutto un mondo, con la sua nozione d'affetti e modelli antropologici, lievita intorno senza mai superare il punto fatale del non ritorno. La piega elegiaca si diluisce nella descrizione d'ambiente di una Pasqua tra i fossi attesa da trentanni.

Il miracolo della creazione artistica fa fiorire "il simulacro della rosa" soffiando sul fuoco dei carboni, ma Sinisgalli sa che non c'è esperienza di cultura e di vita che possa far rinnegare le origini con tutto il peso drammatico della condizione: "Tutto quello che io so non mi giova / a cancellare tutto quello che ho visto".

Nella valle che gli è toccata in sorte, lì ha scelto di tornare a vivere da morto.

Leonardo ci manca, ci manca la sua parola, la sua amicizia, la sua graffiante intelligenza delle cose, soprattutto ora che vediamo quanto acuta e anticipatrice sia stata la sua interpretazione della civiltà delle macchine.

Tuttavia è di conforto che guardi vigile dall'alto; fremente e in attesa di risorgere giace da vent'anni nel cimitero di Montemurro, dove per strano destino, disse una volta Contini, "si sale ai morti".

27 Gennaio 2012

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