Pazzi per la Fisica
A.V, n.1 (gennaio 1957)
Verso il 1934 l’universo della fisica moderna apparve a Sir Arthur Eddington stabilmente fondato, come quello della musica, su sette e solo sette «costanti fondamentali»: la carica dell’elettrone, la massa dell’elettrone, la massa del protone, la costante di Planck, la velocità della luce, la costante gravitazionale e la costante cosmica. Poiché le sette costanti dipendevano da tre unità arbitrarie di tempo, lunghezza e massa, era possibile ridursi a considerare soltanto i quattro «numeri puri» ottenuti formando opportune combinazioni di esse: il rapporto tra la massa del protone e quella dell’elettrone (circa 1840), la costante della «struttura fina» (circa 137), il rapporto tra la forza elettrostatica e la forza gravitazionale tra un elettrone ed un protone (2,3.1039) e il rapporto tra il raggio di curvatura naturale dello spazio-tempo e la lunghezza d’onda di un’onda media di Schroedinger (media geometrica tra quella associata ad un protone), calcolato in circa 1,2.1039, assumendo una velocità media di allontanamento delle nebulose spirali di circa 500km/sec per megaparsec.
Da allora si sono svolti innumerevoli tentativi di ricondurre le nuove costanti, a mano a mano apparse in fisica, a queste quattro, nonché di ridurre possibilmente ad una o due quelle «veramente fondamentali», in omaggio al principio della massima semplicità che dovrebbe valere sia per l’uomo indagatore che il Dio creatore. Tra questi tentativi, i più «emozionanti» sono senza dubbio quelli condotti col solo ausilio dell’aritmetica, cioè rifiutando la grave massa di calcoli più o meno sublimi da cui sono scesi i valori delle suddette costanti, e passando direttamente a metterle in rapporto tra loro, e con le nuove progressivamente offerte dai risultati sperimentali, mediante combinazioni varie escogitabili da qualsiasi profano, purché abbastanza paziente e fiducioso nella pitagorica armonia del Creato. E’ di questi giorni la pubblicazione di un volumetto di Antonio Prestigiacomo («I gravitoni», Ed. «2000», Torino), in cui vengono riassunti i risultati di «laboriose tabulazioni statistiche, undicimila controlli matematici, cinque anni di tentativi» che «costituiscono il prezzo della scoperta dei gravitoni» da parte dell’Autore, il quale giunge a determinare in 23,2 grammi/cm3 il «peso specifico dell’etere» ed in 2,04.10-86 grammi («valore indicativo») la massa di un singolo gravitone. Ma l’esistenza di queste particelle non era contemplata nel quadro della «teoria unitaria dell’universo fisico» pubblicata qualche anno fa in due volumi da Cesare Colangeli («Materia – Radiazione - Gravitazione» etc., Heopli, Milano), né tantomeno nel volume «Materia e movimento, sole entità di ogni fenomeno fisico» (pp.630 in 8° gr.) compilato da Enrico Mazzoni (Editrice S.A.T., Vicenza 1954), mentre era prevista sia nei primi che in questo una soluzione completa dei problemi che affliggono, da Eddington in poi, la fisica delle costanti universali: dall’esistenza dei neutrini e dei numerosi tipi di mesoni con massa intermedia tra quella dell’elettrone e del protone, ai misteriosi legami tra forze elettromagnetiche, forze gravitazionali e forze nucleari.
Come ben rilevava nel 1950 Niccolò Mancini («L’errore della Scienza», L’Arco, Firenze), riferendosi ad un suo analogo contrasto con le conclusioni di Mario Todeschini (autore della celebre «Teoria delle apparenze», Ist. Arti Grafiche, Bergamo, 1949), l’importante per tutti gli innovatori non è discutere simili questioni di dettaglio, bensì concordare sulla necessità di «svergognare la spaventosa testardaggine che ha condotto la scienza a così umiliante condizione», impedendole di apprezzare le offerte disinteressante di aiuto che le pervengono da questi studiosi, estranei alla «congerie cattedratica», la cui intelligenza «non viene assorbita da dove ufficialmente si siede». Diamo uno stralcio, un’antologia spuntata nei giardini di questi «pazzi per la fisica».
CESARE COLANGELI: «Materia – Radiazione - Gravitazione», Ulrico Hoepli editore, Milano, L. 1800.
Nella teoria Neutrinica, l’Universo si presenta come un contenente che si identifica con il contenuto: lo spazio è rappresentato dal volume tridimensionale di due fluidi eteronimi che, compenetrandosi l’uno nell’altro, si suddividono granularmente in cariche elettriche. Esso costituisce, per conseguenza, un tutto insoluto che mentre giustifica il principio di Quantizzazione, elima le note difficoltà del «continuo».
L’Universo che la Teoria Neutrinica tenta di descrivere è quello del Dio «geometrizzante» di Pitagora e del Dio «che non gioca ai dadi» del più recente Einstein. Attribuendo pieno vigore al Principio di Casualità e al Determinismo nei fenomeni fisici, la Teoria Neutrinica ritiene di portare un contributo alla causa della Scienza poiché è evidente che la struttura di questa mancherebbe di base e di giustificazione concettuale se tale Principio non fosse in effetti rigorosamente operante.
1.
Lo spazio è costituito da due fluidi energetici eteronimi. L’Universo è perciò un plenum continuum.
2.
I fluidi costituenti lo spazio esplicano due forme diverse di energia: negativa e positiva.
3.
Essi si comportano come se entrassero nei fenomeni granularmente; come fossero cioè formati da particelle elementari, uguali come dimensioni spaziali e quindi uguali come contenuto e capacità energetica. Lo spazio da essi costituito è perciò granulare.
4.
I due fluidi hanno natura opposta e complementare; l’uno trova equilibrio e soddisfazione nell’altro. A sé stanti, tendono invece a centrifugarsi. Tutta l’attività fenomenica dell’Universo non è altro se non il lavoro che compiono i due fluidi per trovare reciproca soddisfazione.
Si dà il nome:
di elettrino alla minima particella E0 di energia negativa rappresentata come in fig. 1 (estrovertita);
di positrino alla minima particella P0 di energia positiva rappresentata come in fig.2 (introvertita);
di neutrino al complesso N0 che si forma dall’assorbimento reciproco di un elettrino e di un positrino, rappresentato come in fig.3.
L’Universo è nella quasi totalità costituito da neutrini. E’, cioè, spazio soddisfatto, in quiete.
Ing. ANGELO ROSSINI: «Dialogo sulla propagazione della luce e determinazione della massa del fotoforo». Civitavecchia, settembre 1953.
Prudenzio - Concludendo, alla domanda: onde o corpuscoli, cosa rispondete?
Simplicio - In alcuni fenomeni appare di più l’aspetto vibratorio e allora sembra che la luce sia un fenomeno esclusivamente vibratorio, in altri fenomeni appare di più l’aspetto granulare e allora sembra che la luce sia un fenomeno esclusivamente granulare. Sono perciò dell’opinione che la luce non solo è emessa per grani ma si propaga anche con carattere granulare per mezzo di vibrazioni di corpuscoli.
Prudenzio - Ho capito, ritenete che la luce sia costituita da vibrazioni di corpuscoli.
Simplicio - Perfettamente
Prudenzio - E quali sarebbero questi corpuscoli?
Simplicio - Questo non lo so davvero, però bisognerebbe cercare d’individuarli. Da alcuni sono indicati col nome di «fotoni»; siccome però con tale nome è stato indicato «quanto» di energia, per non fare confusione col vecchio fotone, o quanto, chiamerò in seguito questi corpuscoli col nome di «fotofori» sebbene il nome di fotone sarebbe molto indicato.
Simplicio - Sono s’accordo che la massa del fotoforo ha carica elettrica nulla, però la sua massa non può essere nulla altrimenti la luce cesserebbe di essere una cosa materiale e diventerebbe una cosa spirituale. Perciò la massa del fotoforo pur essendo piccolissima non può essere nulla e mi sembra che sia facile determinarne il valore.
Prudenzio - Il rapporto della massa dell’elettrone a quella del fotoforo risulta perciò:
massa elettrone 9,1 X 10-28
___________________ = ___________________ = 455 000
massa fotoforo 2 X 10-33
Simplicio - La massa del fotoforo è dunque 455 000 volte più piccola di quella dell’elettrone.
A. PRESTIGIACOMO: «I gravitoni». Ed. 2000, Torino 1956.
Possiamo immaginare il gravitone quale una sferetta ancorata con un legame statistico (quindi flessibile ed elastico) al centro del suo teatro d’azione.
A velocità mediata z, il gravitone compie un percorso che non ha fine, secondo una retta spezzata sghemba. La differenza essenziale fra i gravitoni e gli altro gravi non risiede nel fatto che il teatro d’azione dei gravitoni è circoscritto. Tutti i gravi hanno un teatro d’azione, o una cinematica, normalmente circoscritti. E non risiede neppure nel fatto che il gravitone - artefice della gravicorrelazione - non sembra necessitare gravicorrelazione. In realtà si fa gravicorrelare da tutti i gravi che esso tiene gravicorrelati.
La formula ci permette di calcolare che in un centimetro cubo entrano 1,14 * 1087 iota cubi.
Ciascun iota cubo costituisce il teatro d’azione di un gravitone, le dimensioni del quale ovviamente così infime da far risultare grandioso, al paragone, il teatro d’azione. Non mancano espedienti atti a darci un’idea della massa di un gravitone. Un procedimento, che ha il vantaggio di non restare vincolato alla frequenza v del fotone, e che dà un buon valore indicativo, è il seguente: la massa dell’elettrone in quiete è di 9,042 * 10-28 gr. Quindi, come già detto in (Tb), un 1837mo di quella massa equivarrà alla massa media di un fotone in quiete. Cioè:
Massa media di un fotone in quiete =
= 9,042*10-28 gr/1837 = 4,921*10-31 gr.
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