Nasino in Liguria
II, n.6 (novembre 1954)
UN’ALTRA MAESTRA, ALTRI SCOLARI CI HANNO MANDATO DA UN VILLAGGIO DELLA PROVINCIA DI SAVONA IL LORO POETICO MESSAGGIO
Partendo da Albenga e percorrendo per 30 km la statale che va ai Forti di Zuccarello si giunge al Martinetto, una piccola frazione di Cisano sul Neva. Superato il ponte sul torrente a sinistra della strada, che prosegue, ci si avvia per la carrozzabile che porta a Nasino.
Nasino ha 450 abitanti, una chiesa, i ruderi di un castello mediovale che si fa risalire al 1300. Dicono che il castello è appartenuto un tempo ad Agnese, figlia di Adelaide Arduinica. Nasino ha sette frazioni: la Chiesa, il Casale, i Perati, il Borgo, il Mulino, la Costa, Vignoletto e Vignolo. Ha pure un ufficio postale col telefono e una scuola elementare. In questa scuola un anno fa arrivò una giovane maestra, Andreina Navone. Ecco una donna da aggiungere alla pattuglia degli insegnanti presentati nei numeri precedenti della rivista: Moroni, Moretti, Bontadi, Faè. Un altro nome, un'altra scuola, altri bambini contribuiscono nelle pagine di questa rivista a documentare come in qualità e quantità stia mutando la società italiana per gli effetti di una civiltà ogni giorno più penetrante.
Nasino è un paese agricolo, di scarse risorse, quasi sperso nei monti, al confine tra la Liguria e il Piemonte. I suoi bambini, come tutti i figli di contadini, lavorano nei campi e d'estate vanno al pascolo lontano dalle loro case. Sovente arrivano a scuola la mattina dopo aver raccolto olive o legna o castagne e la scuola può essere un obbligo noioso per loro e per i genitori e per la maestra. Nasino non è differente da migliaia di borghi italiani e la vita che vi si conduce non dissimile da quanto accade in altre regioni. La maestra, cui avevamo chiesto notizie sul paese, sulle abitudini, sui costumi, sulle attività così ci ha scritto: «... Il verso dominante: lavorare! Lavorare sempre; lavorare già a quattro anni, a dieci, a venti, a cinquanta sino all'ultimo giorno. Tutte le altre azioni gravitano intorno a questa essenziale; la terra non ricompensa a volte tante fatiche. A Nasino il raccolto delle olive, l'allevamento del bestiame e il taglio della legna sono le occupazioni fondamentali a cui partecipano anche i piccoli; ma le annate si alternano e gli orti hanno bisogno di cure assidue e di un po' di fortuna. La terra è sfruttata al centimetro, strappata alla roccia con le mine, ovunque grandi e piccoli terrazzi (le fasce) testimoniano la tenacia e le fatiche dei giorni passati che si rinnovano e continuano nel presente. Come in tutti i paesi di montagna, oggi, i giovani qui parlano di lasciare il paese. La domenica, donne, bambini, ragazze, vanno ai Vespri, gli uomini all'osteria e i giovani motorizzati scendono alla città. Alla sera spesso si balla a turno nelle due osterie e le "sale", specie nel periodo di carnevale, sono zeppe. Gli uomini bevono, le donne stanno sulle panche coi bambini addormentati sulle ginocchia e i giovani ballano. Ci sono gli ubriachi famosi, i forestieri che distraggono le fanciulle e finiscono a pugni coi giovani del paese. C'è la solita bellissima sdegnosa che divora "Grand Hotel" e manca di semplicità».
Per superare quella diffidenza naturale che si crea tra chi impone una propria legge e chi è costretto ad accettarla (e la scuola in Italia psicologicamente si trova ancora in questo stadio) la maestra pensò di usare un nuovo strumento di conoscenza: il disegno. Vedere cioè di arrivare a capire i bambini attraverso le loro espressioni e nello stesso tempo iniziarli ad osservare con occhi più attenti e vivi il loro mondo. Mondo fatto di alberi, animali, prati, una chiesa, un cimitero e gli innumerevoli strumenti delle attività umane: le macchine. Dalle più elementari, la forbice, alle più complesse, i frantoi e i mulini. Il disegno elimino ogni disagio, ogni incomprensione tra maestra e allievi, fino ad arrivare alla abolizione del simbolo del comando: la cattedra. Quello che accadde lo lasciamo descrivere alla maestra:
«…Sparì, la cattedra vera e propria e la predella si trasformò in libreria, i banchi ruppero le file per riaccostarsi in gruppi a seconda delle classi; anche le cose si orientavano naturalmente verso una disposizione più naturale e confacente. Fu una primavera vivacissima, sentita e celebrata. Occhi nuovi videro fatti nuovi. Intorno non c'erano soltanto foglie fresche che una volta secche avrebbero servito da letto alle mucche; fiori ed erbe, fieno futuro, patate da seminare, vigne da curare: la vita era anche nella zolla, nel Prato, nella gemma che timida si apriva al sole. In montagna i bambini difficilmente apprezzano la natura perché essa e troppo legata alla cantilena del bisogno e del dovere e per gioco rovinano piante e molestano gli animali, ma si sono mai chiesti certi padri e certe madri quando i loro figli potrebbero vivere da bambini obbligati, come sono alcuni, dalle sei del mattino alle otto di sera, tra lavoro e scuola?». I bambini di Nasino hanno 7, 8, massimo 9 anni, gli occhi freschi e non viziati, non sanno cosa sia un manifesto di Cassandre o un quadro di Klee, pure per istinto riescono a racchiudere in una forma o in un colore la più elementare idea di una immagine. Sanno appena il significato di una macchina, forse neppure l'esatta funzione che assolve, pure la sentono come continuazione e strumento e parte dell'uomo: chiara, semplice, lucente, per nulla ossessiva. Qui la macchina e ancora qualcosa di straordinario da vedere, esaminare, toccare, guardare, ammirare. Dei bambini di Nasino molti non hanno ancora visto il treno, questa prima immagine del demonio che terrorizzo al suo apparire le campagne, pure hanno già nel sangue il senso, il valore di una macchina. Mancano forse delle qualità di analisi, che si possono riscontrare in altri bambini vissuti in citta o centri industriali, magari figli di operai, che giungono a definire il pezzo, il particolare costruttivo con un'analisi attenta e minuziosa. Al contrario la macchina e per loro, contadini, ancora un mito, il mito lucente di un mondo che e arrivato appena a sfiorarli. Alle volte e lo strumento che usano da secoli, a volte sono le nuove grandi macchine: i trattori, i pullman, magari il treno ad apparire nei loro disegni, e nascono le immagini di una macchina che si continua nell'uomo che guida, che la sfrutta, che la utilizza. O della macchina, nuovo frammento di natura; come sasso, albero, monte, cielo. Forse loro sanno che non vi è contrasto tra natura e macchina e uomo, ma che esiste una correlazione continua. Vale a dire la possibilità non di una coesistenza in zone separate e distinte, ma di un'esistenza comune. Forse nel loro incantato candore, per una sorte d'intuizione felice arrivano a percepire il valore della macchina, come sollievo dal lavoro, pena dell'uomo. Ma perchè sia questo occorre che la macchina non diventi l'antagonista della natura, che in questa si integri e si completi.
E dai disegni della scuola di Nasino ci giunge questo messaggio: di come una civiltà agricola può ridurre la macchina a sua immagine senza drammi e scosse improvvise.
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