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Sempre inventando

II, n.5 (settembre 1954)

 

SI SA DOVE FINISCONO GLI INTELLETTUALI TIPO DALI’, SI SA PURE DOVE ARRIVANO I PICASSO, I CALDER, I FONTANA

 

«Sono i buchi pin costosi del mondo» telegrafò un giornalista svedese a Stoccolma durante l’inaugurazione dell'ultima Biennale, allarmato dall'alto costo che si sussurrava avessero gli arredamenti di Fontana a Milano. «Il buco e l'ultimo confine del viaggio di Fontana» si leggeva del resto nella presentazione dello scultore a Venezia. «Un buco, il più sottile buco, anche quello di un millesimo di millimetro, può svuotare tutto il mondo, e creare un circolo di mote ininterrotto» c'era scritto nel catalogo della 148a Mostra del Naviglio dedicata l'anno scorso allo Spazialismo. «Sono nato a Santa Fe sul Parana» ha confessato lo stesso Fontana (cfr. Pittori che scrivono, Milano 1954) «mio padre era un bravo scultore, era mio desiderio esserlo, mi sarebbe piaciuto essere anche un bravo pittore come mio nonno, m'accorsi però che queste specifiche terminologie dell'arte non fanno per me e mi sentii artista Spaziale. Proprio così. Una farfalla nello spazio eccita la mia fantasia; liberatomi dalla retorica, mi perdo nel tempo e inizio i miei buchi».

Il crescendo, prima fiscale e poi patetico, non serve tanto a giustificare I'ultimo programma di Fontana, ma a cominciare una spiegazione della sua natura. Come Le Verrier studiando le deviazioni di Urano scoprì il pianeta Nettuno, Fontana e partito dalla creta nientemeno per andare a scoprire il cielo. «L'intelletto in quasi tutti gli uomini e una macchina greve, oscura e cigolante, troppo malagevole a smuoversi». L'osservazione di Nietzsche non riguarda Fontana che e nato sul Paranà. Fontana ha avuto molte fasi, come la luna, e come quella ha subito e più influito. Ha avuto un periodo «classico» durante il quale ha fatto delle statue colorate di nero e argento, nero e oro. Statue da vetrina, e infatti la sua «Vittoria dell'Aria, gesso colorato in oro e bleu del 1934, fu messa in una tavola della Olivetti accanto a una macchina da scrivere. La monografia di Persico, che e del 1935, reca le riproduzioni di molti disegni e sculture astratte, che solo forme naturali parallele a quelle meno naturali di Mondrian e di Moore. Ha fatto delle memorabili ceramiche, iniziando la cosiddetta scultura a fuoco. Durante la guerra, in Argentina, era diventato uno scultore ufficiale dell'America Latina, un genio mediterraneo molto gradito ai poeti bonaerensi. Col «Manifesto Blanco» del 1946 buttò all'aria la sua gloria neolatina e ricomincio da capo, perchè «l'arte e eterna, ma non piò essere immortale».

Può riuscire difficile capire l'eleganza di Fontana, l'eleganza del suo spirito, non quella dei suoi baffi o del suo portamento da gaucho. Non dovrebbe però neppure costituire una sorpresa quest'altra dichiarazione: l'eleganza vera, un poco guappa, nasce sempre da un fondo di barbarie, da una inclinazione al mestiere; l'eleganza si fabbrica più con le mani, con l'istinto che col cervello. Fontana ha un bel cervello, ma non gli sarebbe bastato il fosforo di un ciclope a fabbricare le sue statue, le sue ceramiche, i suoi monili, i trabiccoli metallici e i buchi. Fontana e un artigiano più vicino ai figurinisti, ai tappezzieri, agli architetti, più vicino a Picasso, insomma, che non agli intellettuali tipo Dalì. Si sa dove finiscono gli intellettuali tipo Dalì, si sa pure dove arrivano i Picasso e i Calder. La lezione più commovente di tutta l'opera di Picasso, per noi, e stata, in fondo, il disprezzo dello stile, il suo orrore per il lavoro di lima, il suo coraggio nell'accettare il primo risultato come il migliore, il più genuino. Le rimasticazioni culturali, le capacità di lettura, e c’interessano poco. Per gustare Fontana e tanti altri bisogna avere occhi acuti, come del resto ci vogliono occhi acuti per capire la bellezza. C'è tanta gente che si accorge di una bella donna quando ha già voltato strada. C'è chi invece ne avverte la presenza da lontano, prima che arrivi, come i colombi avvertono l'arrivo di un terremoto. Quando Fontana pasticcia con un po' di materia, quando prende in mano anche una suglia per far buchi sulla tela, lo fa con una sicurezza infallibile. Si capisce che gli stessi buchi fatti da altri diventano un colabrodo e la stessa barra di ferro nelle mani inesperte di un dilettante diventa forse uno strummolo, un nonsenso, una idiozia, neppure un ferro di cavallo. Quando ai buchi e bene non scherzarci troppo. I buchi alla Biennale sono senz'altro fuori posto. Ma i buchi alla Triennale, o dentro un cinema, stanno benissimo. Stanno benissimo anche sopra una parete bianca della nostra casa.

13 Luglio 2023

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