Fiere e mostre
II, n.4 (luglio 1954)
Sappiamo quale effetto possano produrre gli scoppi di neon e tutte le altre insegne di Piedigrotta: abbagli che non sappiamo però fino a qual punto possano sortire un qualche effetto quando ci si cimenta in una torre di Babele come la Fiera di Milano dove ognuno cerca di farla più grossa degli altri, con il risultato che il visitatore, stanco e un poco disgustato, alla fine storce il raso e sospetta il vuoto dietro tanto bengala. Quello della Fiera di Milano e del resto un territorio ormai convulso e congestionato fino all'inverosimile e la sua dilatazione di spazio e di popolazione ha toccato il diapason. Se ne ha una sensazione sempre più netta ogni anno che passa, il che tuttavia non riesce a diminuire la necessità di questa manifestazione. E' una data cui annualmente si appuntano programmi, ricerche, risultati. Qualcuno concentra in questa sola data, nel giro di quelle due settimane di aprile, il lavoro di anni di meditazione e di prove. E ognuno a suo modo vorrebbe ricavare da questa manifestazione una specie di giustizia. Questo dà, alla Fiera di Milano, un aspetto di prova del fuoco che altre manifestazioni non hanno. Non vi sono dei mezzi codificati per poter emergere (e non vi potrebbero essere certo), né bastano talvolta spese ingenti, profuse senza riguardo. I fattori determinanti, da cui dipende tutto questo, sono quasi incoercibili e sempre imprevedibili: dipendono dal visitatore, dalle condizioni del tempo. La Fiera è un crogiuolo in cui si bruciano ambizioni e speranze e dove il caso accomuna talvolta i molteplici successi di una esposizione colossale a quello singolare dell'umile inventore, ubicato con un suo curioso macchinino su pochi metri quadrati di stand. Talvolta o più spesso è la vittoria degli scaltri che si armano dei mezzi più idonei, al momento più opportuno e, beati loro, la fanno franca anche per lo spreco di sforzi, di fatiche e di dannazioni fisiche che riescono a risparmiarsi. A noi costa inevitabilmente quella certa parte di orgasmo e di sgomento ogni volta che varchiamo il cancello di via Domodossola: basta essersi intromessi nella corrente, nel fiotto della corrente umana che varca il cancello e si spande nella raggera di vie interne percorse in tutti i sensi, per sentirsi già cittadini di un immenso termitaio. Quello è il recinto dove gli italiani, una volta tanto, «non si voltano»; dove ognuno, come avesse un suo verme che lo rode dentro, bada a liberarsene al più presto. Poi dal crescendo di una polifonia di clamori, di atti in accelerazione continua (Chaplin dovrebbe viverlo, questo spettacolo; bisogna proporgli di comparire nel recinto milanese intorno al 10-11 di aprile), e da un estremo di caos apparente, fiorisce, con l’alba di un mattino sospirato e quanto mai bestemmiato da chi se lo guadagna, un senso di ordine e di nettezza. E' pronto l'olimpo di macchine e di strumenti, di mille e mille prodotti. Olimpo, purgatorio e inferno dei più disparati gusti pubblicitari: poichè dall'epoca di Ninive a Picasso ci stanno tutti, a stretto contatto di gomito, per il meglio e per il peggio della loro funzione. Ne sanno qualcosa del resto i funzionari della Fiera che lottano per far applicare il «regolamento» e ne sappiamo qualcosa anche noi.
Gli attori che fanno mostra di sè in questo paesaggio, che ha compiuto miracolosamente nelle ultime ore la sua metamorfosi, hanno ciascuno la propria scena, il proprio risalto ; essi hanno preso il posto della moltitudine anonima che s'è portata a casa la stanchezza.
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