Capogrossi alla Biennale
II, n.4 (luglio 1953)
Dopo 20 anni di pittura tonale, una pittura molto gentile che poteva far pensare a Renoir e a Seurat, Giuseppe Capogrossi s'è buttato a capofitto in ricerche che hanno fatto tabula rasa della natura. Capogrossi vuole andare all'inferno passando dentro uno specchio, vuol farsi un passaporto per l'immortalità che sembra firmato con uno sgorbio (la crocetta degli analfabeti) anzichè col nome e cognome. Capogrossi vuole addirittura rimontare la storia del linguaggio, la storia dei segni. E chi è appassionato di queste ricerche, chi si commuove leggendo il Diringer, la Storia dell'alfabeto, piuttosto che i romanzi di amore e le biografie romanzate, troverà nella ostinata, un tantino bete, indagine del Nostro molte ragioni di interesse. La Biennale di Venezia ha dedicato quest'anno una sala a Capogrossi. Intorno alla sua opera cresce la curiosità degli intenditori e noi vogliamo perciò offrire alcuni saggi inediti del suo lavoro. Sono state dette molte cose intorno a queste composizioni, si è parlato di cellule, di microbi, di equilibri colloidali. Si sono scritte delle boutades. Chi ha parlato di uova rotte, chi di catene, chi di anelli, chi di carta moschicida. Tanto vale considerarli degli arabeschi, un tentativo di riempire il vuoto, di occupare il nulla. Il nulla si cancella soltanto con i pensieri, con i segni, non con i corpi.
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