Incontro con il brivido
I, n.1 (gennaio 1953)
Tra i poeti uno dei più spericolati fu Salvatore Quasimodo, l’autore di «Giorno dopo giorno» e delle più belle tradizioni moderne dei lirici greci. Quasimodo chiedeva di correre a trecento all’ora anziché a duecento. Un signore di statura media, come ha raccontato Guzman su «Il Tempo» di Roma, ben vestito, con baffetti neri e i capelli un po’ lunghi sulla nuca, insisteva moltissimo per essere pilotato su uno dei due «dischi volanti» che poco prima erano stati presentati al ristretto pubblico degli intenditori. «Scusi» gli chiese allora il giornalista «lei è uno sportivo? E’ un “habituè” delle corse automobilistiche?» e il poeta gli aveva risposto no, che non aveva mai assistito a una gara e che anzi non sapeva guidare neppure l’automobile. L’altro poeta «conquistato» era stato Eugenio Montale. Montale è l’autore de «Gli ossi di seppia» e delle «Occasioni», uno degli uomini più severi e scontrosi della nostra letteratura. Egli fu visto in piedi, dal giornalista Zanasi, sulle scalinate della tribuna dell’autodromo, accanto allo scrittore Dino Buzzati, cronometrate i tempi delle macchine, due e quindici, due e quattordici, due e dieci, due e nove, cioè due minuti e nove secondi per compiere un intero giro di pista, e trepidare per la loro corsa. «Così forte» diceva «su una pista bagnata, ci vuole un bel coraggio …» e a chi gli stava attorno e gli spiegava che per marciare con quel ritmo, per mantenere quella media, Sanesi doveva passare davanti a lui a circa trecento all’ora, «eh sì» aggiungeva «il rettilineo bisogna percorrerlo sui trecento, se no gli altri ti sorpassano». Montale non volle però correre, era troppo piacevolmente distratto a cronometrare e discutere per desiderare ulteriori emozioni. Dicono altri giornalisti che le discussioni che si fecero quel giorno a Monza non si sono mai sentire in nessun altro autodromo del mondo. I pittori dissertarono a lungo, ad esempio, dell’effetto che faceva il rosso clamoroso dei «dischi volanti» tra i toni autunnali del parco e il cielo color alluminio. Cassinari trovò che tanta velocità dava il senso della responsabilità collettiva assoluta e voleva significare che tutti, progettisti, operai, quelli che costruiscono le strade, sono responsabili e la loro opera deve essere comune e perfetta per poter «sostenere una potenza che è ai limiti del naturale». Gli invitati in genere salivano sui coupès, le cabriolet, le berline Alfa, eccitati e arrivavano sereno. I corridori-piloti guidavano con tanta sicurezza che gl’intellettuali scendevano dalle macchine come si scende dai landeaux, con disinvoltura. Solo Fangio, che era arrivato all’ultimo momento e non aveva avuto il tempo di pensare alla prudenza, fece correre parecchi brividi sulla schiena di Arturo Tofanelli, direttore del settimanale «Tempo». Ha raccontato Tofanelli in seguito che, mentre il campione argentino affrontava la famosa curva di Lesmo a tutta velocità e gli confidava sommessamente «Vede, qui sono scivolato l’anno scorso per un banale incidente …», egli già si sentiva bell’e spacciato. Un altro brivido, ma questo soltanto scherzoso, lo provocò, come disse l’«Equipe», Farina salendo a bordo di un’Alfa. Farina accompagnò il direttore dell’«Equipe», Jacques Goddet, il «patron» del tour di Francia, nel solito giro di pista. «Guardate» esclamò Goddet rivolgendosi all’ing. Quaroni, direttore della casa del Portello, «guardate che Farina vi vuol portare via la macchina». Un fotografo sentì e si precipitò a riprendere la scena col suo lampo di magnesio; gli altri, che stavano fotografando Coppi a bordo della «sprint»; lo videro e si precipitarono anche loro. Ci furono sette o otto lampi consecutivi, infine tutto finì in una gran risata. L’altoparlante intanto chiedeva: «Per favore un pilota per il filosofo Paci. Chi vuol portare Anselmo Bucci?». Nessuno sembrava accorgersi della pioggia. Bucci che soffre notoriamente di reumatismi era diventato agilissimo, voleva ancora provare. Tanta era l’amicizia e la fiducia che si era stabilita tra gli intellettuali e le macchine che sull’albo dell’Alfa furono raccolti ben cinquantacinque autografi che dichiaravano tutti senza riserve l’entusiasmo «per la bella giornata», per la «lollobrivido», che per gli altri era stata soltanto una noiosa giornata di pioggia.
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