Polemica meccanicistica
I, n.4 (luglio 1953)
A un lettore che voleva sapere se il trionfo della macchina è una vittoria dell'uomo sulla natura e la premessa di una maggiore libertà e felicità o se invece è l'inizio di una nuova servitù e infelicità per il genere umano, tre personalità interrogate da «Epoca» (10 maggio 1953) hanno risposto a favore della macchina e una contro. Contro il saggista C. E. M. Joad, sostanzialmente a favore James T. Farrel, scrittore, Nicola Abbagnano, filosofo, e Adriano Olivetti. Diamo nell'ordine il succo delle risposte.
C. E. M. JOAD: «Col passare del tempo, le macchine conferiscono ai servitori che le curano qualcosa della propria natura: la regolarità, l'ottusità, l'uniformità: col risultato che, mai come oggi, gli uomini apparvero o pensarono o addirittura furono così tetramente simili tra loro, così privi di quei particolari caratteri che mutando dall'uno all'altro servono a distinguerli.
Pensando a questo, si è quasi portati a credere che la macchina sia una nuova fase nel processo dell'«evoluzione»: come l'uomo evolvendosi dall'animale ha soppiantato gli animali, si potrebbe temere che le macchine evolvendosi dall'uomo soppiantino l'uomo. Perciò ritengo le macchine un ostacolo alla libertà umana e temo che esse, se non vi poniamo un argine, faranno decadere i nostri figli dalla condizione di individui a quella di automi. Io, se ne avessi il potere, porrei il veto alla divulgazione delle ricerche scientifiche e proibirei ogni ulteriore aumento della potenza e del numero delle macchine. L'uomo non raggiunge la felicità moltiplicando i suoi bisogni e inventando nuovi macchinari che servano a soddisfarli: la raggiunge, piuttosto, diminuendo i bisogni in modo da poterli più facilmente appagare».
JAMES T. FARREL: «Le macchine non ci promettono felicità o infelicità, libertà o schiavitù. Sono mezzi che impieghiamo per raggiungere i nostri scopi: vanno perciò considerate in relazione a questi e non diventan mai fine a se stesse.
Una donna che usi una macchina lavatrice non si comporta per forza in modo diverso da come si comporterebbe se usasse una semplice asse per il bucato. Nè diversa dal solito sarà la donna che si serve del fornello elettrico anzichè del fuoco a legna per cuocere la minestra. È buona la minestra? È felice la donna? E felice suo marito? La risposta a queste domande dipende dalla donna e dal marito.
Il problema dell'uomo concerne lui solo. Per conquistare la natura, l'uomo impiega la scienza e la tecnica. Per conquistare e dominare se stesso, ha bisogno della libertà. Affermo perciò che il nostro è un problema di libertà, di giudizio, di educazione, di tolleranza, di cooperazione sociale: un problema che potremmo sintetizzare nella frase “L'uomo contro se stesso"».
NICOLA ABBAGNANO: «Tutto ciò, naturalmente, non dice nulla circa la capacità della tecnica di dare all'uomo una somma maggiore di "felicità". È difficile contestare che l'uomo possa sentirsi felice in una società meno esigente della nostra, in un ritmo di vita meno rapido ed intenso, con bisogni più semplici e meno pressanti.
Ma è certo che questo tipo di "felicità” non esige "meno tecnica", ma anzi "più tecnica" dell'organizzazione attuale. Esso esige che i pochi e semplici bisogni possano essere adeguatamente e facilmente appagati, in modo che il loro assillo non mortifichi e degradi l'essere umano e che questi possa quindi disporsi al godimento in profondità della semplice vita che gli si offre, dedicandosi, come si dice, alle "cose dell'anima". Se ciò non accade, o accade per pochi privilegiati, questo tipo di cosiddetta felicità si trasforma nella schiavitù e nell'abiezione della maggior parte degli esseri umani. Coloro che nel nostro tempo si attardano ad esaltare l'ideale idilliaco della vita, non tengono conto di questa circostanza. E non tengono conto di un'altra circostanza fondamentale; cioè che, se l'uomo può essere felice in quel modo, può essere felice anche in altri modi e che il modo della felicità non si può imporre. Il solo senso che questa parola può avere nel disincantato mondo moderno è la possibilità lasciata ad ognuno, quindi reciprocamente, limitatrice, di scegliere, nel lavoro e fuori del lavoro, il proprio soddisfacimento».
ADRIANO OLIVETTI: «La restaurazione delle forze morali e spirituali è un processo in atto, ma ci appare ancora al suo inizio. I regimi totalitari esaltarono forze negative, promossero l'odio, crearono miti che nulla avevano a che fare con le forze dello spirito. I regimi che li hanno sostituiti difendono troppo spesso forme di democrazia decadenti e corrotte e non si avvedono, così facendo, di porre le premesse alle nuove catastrofi autoritarie.
La speranza di un ordine nuovo è legata al destino di una idea. Il mondo moderno ha bisogno di nuovi schemi, di nuovi miti poichè nella coscienza dei suoi uomini migliori ha perso vigore o si è perduto quanto era idea-forza negli ultimi cento anni: cosa significano ancora — per le nuove generazioni — democrazia, liberalismo, marxismo? La verità non si può limitare in formule parziali, semplicistiche o astratte, ma deve dar luogo ad una sintesi creativa dove quanto è vivo e vitale della democrazia, del liberalismo, del socialismo, trovi un armonico moderno linguaggio».
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