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Scalando Sinisgalli: complessità e fascino

Scalando Sinisgalli: complessità e fascino

di Biagio Russo

 

Nuova Basilicata, 29 gennaio 2001

 

Una personalità come Leonardo Sinisgalli incute fascino e sgomento se la si guarda nel suo complesso, se non ci si limita a parcellizzarla in tante piccole e anguste nicchie di interesse: il Sinisgalli-poeta, il narratore, il matematico, il designer, il pubblicitario, il creatore e direttore di riviste, il critico d'arte, il documentarista, il disegnatore, l'organizzatore di eventi.

Tentare di scalare Sinisgalli non è facile, perché ogni vetta ne rimanda ad altre, per le quali spesso non si ha né l'ossigeno né buoni ramponi. E allora bisogna guardarlo e ammirarlo dal basso e da lontano. Come per un paesaggio, non bisogna avvicinarsi troppo. Il fascino cromatico dell'insieme si perderebbe, pur se mitigato dal piacere di cogliere un fiore o un frutto.

Per Sinisgalli occorre uno sguardo affilato e onnicomprensivo.

Il suo eclettismo, il suo muoversi come un cavallo sulla schacchiera della cultura del Novecento, la sua imprevedibilità, si sono rapprese in una posizione che è unica ed originale. Difficile da collocare e da gestire per chi ama il canone della corrente. Per questo, spesso, gli studiosi sono stati costretti, o si sono limitati, a frantumare la poliedrica genialità di Sinisgalli, la sua coesa unicità; da tale sciagurato approccio sono nati tanti piccoli cloni, tanti piccoli Sinisgalli, che come tanti folletti, si sono dispersi nel sottobosco della cultura del Novecento.

Ora, di fronte alla polverizzazione del sapere, alla riduzione delle discipline in sottodiscipline, Sinisgalli sembrerebbe non avere posto. Sembrerebbe non esserci spazio per il suo furore intellettuale teso a coniugare l'antico bisogno dell'unitarietà del sapere, con la moderna sensibilità di chi ama sfidare, senza pregiudizi, i propri limiti e i limiti del proprio tempo.

Lui aspirava alla sintesi, alla laconicità del sapere riassumibile nella brevità di una formula o di una poesia; nella materia di un oggetto o nelle sue linee, nell'apoteosi fulminante di una riflessione o di un gesto.

E per questo aveva scavalcato gli steccati della cultura con lo stesso slancio di quando, fanciullo, saltava le piene nei canali della Verdesca a Montemurro. Meravigliando e, a volte, irritando i contemporanei per questa istintiva naturalezza a sconfinare.

Come ad esempio accadde con il famoso critico letterario, Giuseppe De Robertis, che dopo aver accolto con grande entusiasmo i versi di Vidi le Muse, all'uscita del Furor mathematicus raffreddò l'entusiasmo, sostenendo che "la mutria del saggista, avrebbe mortificato l'estro del poeta, e che era vano e dannoso mescolare coscienza e incoscienza, rigore e rischio".

Sinisgalli voleva "sfondare le porte dei laboratori, delle specole, delle celle", perché era convinto che vi fosse "simbiosi tra intelletto e istinto, ragione e passione, reale e immaginario". Il suo romantico illuminismo affondava le radici in un'ansia che non poneva confini al sapere, che tentava di andare oltre l'incomunicabile diaframma esistente tra la cultura scientifica e quella umanistica.

A fronte di questa posizione straordinariamente coraggiosa, cincischiarsi ancora col Sinisgalli poeta ermetico, come si è fatto nelle antologie letterarie, è un'ulteriore badilata di terra sulla sua fossa. È un'ulteriore spinta verso il dimenticatoio, il Tartaro.

Allora il recupero di Sinisgalli deve ripartire proprio dal fascino della sua complessità, dalla forza seduttiva della sua singolarità. Per questo bisogna ricostruire Sinisgalli, rimontarlo dopo averlo smontato, analizzato e vivisezionato, e riconsegnarlo al futuro nella sua integrità, libero dalle briglie di categorie precotte. Tutto intero, va restituito a se stesso.

L'attualità e la novità di Sinisgalli sono nella sua storia personale, nel suo costante protendersi verso la conoscenza; la sua lezione e il suo esempio sono nella volontà e nella curiosità di sfidare titanicamente la realtà che lo circonda, dall'infinitamente banale all'infinitamente complesso; ma sempre con rispetto e attenzione: sia che si tratti di sassi informi, sia che si tratti di cibernetica. Nulla è scontato, a tutto è conferita dignità e attenzione, persino alle mosche (quante mosche in Sinisgalli) o alla polvere, granelli d'universo. "Possiedono charme", diceva, "tutte le cose minute (in cui il dominio della forma perde di prepotenza), le cose imponderabili, le cose quasi invisibili, in bilico tra l'essere e il non essere: l'incanto, l'illusione di farci toccare l'anima del mondo. L'anima del mondo, amici miei, è lì in un acino di polvere o di polline o di porporina, in un filo di capello, in una formica...".

Tutto ciò che entra nella sua orbita s'illumina, anche gli oggetti più poveri che la quotidianità nasconde banalizzando. E allora Sinisgalli li recupera attraverso una ricontestualizzazione che può avvenire sia nello spazio di una vetrina o di una mostra, sia sulla pagina di una poesia o di un racconto.

Quando nel 1955 organizzò la Mostra dedicata all'"Arte e industria" con Enrico Prampolini, presso la Galleria d'arte moderna a Roma, accanto agli oggetti ultimi dell'ingegno tecnologico degli uomini accostò gli umili utensili dei suoi artigiani montemurresi, e nel corto circuito gli uni e gli altri apparvero della stessa materia e della stessa utilità. Frutto di quella stessa ricerca, lunga millenni, che ha spinto e spinge l'uomo verso la soluzione ingegnosa dei propri bisogni e dei propri problemi.

24 Gennaio 2012

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