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L'inverno ci cinge d'assedio

da Furor mathematicus

L' inverno ci stringe d'assedio nella nostra solitudine. Il corpo è aspro e pulito: l'aria di certi giorni tersa più della falce. Nelle nostre stanze il fuoco ha questo crepitio continuo, questo attizzarsi, questo mangiarsi il proprio cuore insaziabilmente. Quando eravamo ragazzi ci bastava per scaldarci un pezzo di brace raccolto nel cavo delle mani: vi soffiavamo fino a consumarlo col nostro fiato. Erano così lunghe allora le strade dell'abitato che per arrivare dietro le mura ci pareva di traversare nel nevischio un intero continente. Ci eravamo fatta del mondo l'immagine di un corpo duro che d'inverno ritrovava la sua rigida compattezza, il suo estremo di solidificazione sonora, contro cui batteva la mazza i suoi colpi e si alzavano ripe di sostegno alle frane, si scavavano mine nella roccia. I maniscalchi ci davano a manovrare la leva del mantice che soffiava sul fuoco cupi respiri di organo. Il cavallo stava fuori legato alla boccola del morso con le vene che il vento freddo rabbrividiva sotto la pelle. Si scalfiva l'unghia fino a ritrovare l'anima bianca e tenera. Il ferro rosso premuto sulla pianta dello zoccolo ci saziava di fumo e di odore.

L'inverno conserva per noi questo senso di stagione minerale, di paesaggio incorruttibile e casto, che sottopone i nostri pensieri a una rigida vigilanza. Stagione la meno adatta a nutrire le nostre immaginazioni false, tanto il suo clima ci porta viva sotto gli occhi la nostra segreta natura. Ci ritorna il controllo sulle nostre disposizioni più funeste: quel credere di guarire un male con un male peggiore, e l'illusione di scampare ogni pena in una morte perenne. Ci crediamo difesi da una morte assoluta: ma tanto vale trar profitto da questa prigione in cui ci siamo chiusi come entro una barriera di specchi. Muoviamoci con prudenza e soprattutto teniamoci desti ad alimentare il fuoco.

La nostra agitazione rimane lungamente sedata da questo tranquillo letargo dei sensi. Eppure non ci sentiamo mai così vivi come in questi giorni che acqua e vento restringono intorno al nostro corpo, come intorno a una sepoltura. Sono raffiche di suoni che premono contro i muri a eccitare la nostra presenza soffocata. Talvolta è un uccello che viene a battere col becco contro i vetri, invano, perché l'insetto è qui nella nostra stanza che ronza e si affaccia appena alla parete luminosa. La nostra passione dominante resta assorbita dai pensieri. Né la collera, nè i rimorsi riescono a distruggere la calma che si edifica intorno a questa scottante ansia, a questa limpida noia di pensarci, di riconoscerci dentro una vena di segrete memorie. E un lento processo di rinvenimento a cui ci sottoponiamo volontariamente, con una tecnica che i medici dei metalli chiamano "ricottura" e che riesce a stabilire l'equilibrio perduto nella grana dei cristalli. La nostra umida anima si rassetta entro il nostro corpo. La nostra presenza fa presa a questa sensibile murata. E una malta che solidifica in noi come una calce; la sua porosità riesce a servirsi della luce, a maturarla e spegnerla.

Non ci facciamo eccessive illusioni: da certi inverni si esce irreparabilmente invecchiati, forse a causa di questo digiuno a cui teniamo costretti gli organi più vivi. L'età del freddo si fa sempre più prossima e certa. La nostra solitudine si restringe: non ci bastano più gli stimoli e neppure le minacce. Noi siamo i soli responsabili del nostro destino. Abbiamo da scontare le nostre più intime colpe che sono le sole nostre colpe e le più segrete. Fuori di noi la natura è casta e gli uomini sono veramente innocenti. Proviamo ad aver pietà di noi stessi quanta è la simpatia che abbiamo per gli altri e pensiamo che l'unico nostro vero delitto è l'alterare la nostra sincerità, la sola moneta che vale a rinsaldare i nostri commerci con gli uomini. Affiniamo l'esercizio della nostra conoscenza col rendere inevitabile ogni giorno quell'esame che le pratiche pitagoriche rimandavano alla sera, quando il dolce sonno scivola sotto i nostri occhi, come sta scritto in uno dei versi d'oro. L'uomo saggio è giudice di sé e passa l'unghia su tutte le sue azioni. Egli è come un globo arrotondato e chiuso in se stesso, in modo che nessun contatto esterno può intaccare in più di un punto la sua superficie liscia. Finché dura il giorno sotto il segno del Capricorno egli si esamina, si assaggia, si pesa al piatto di una giusta bilancia. Ripassiamo gli atti della nostra giornata, svegliamo i nostri ricordi anche i più remoti, quelli che inconsapevolmente lasciano tracce sulla nostra radice luminosa. Solo con una guardia vigile noi potremo difenderci dalle lusinghe che guastano ancora il nostro sonno e fanno torbido il sangue nell'allegrezza del mattino. Cerchiamo di capire la vera natura del fuoco, tanto vicina alla sostanza dei nostri pensieri. Nessuno ormai dubita dello stimolo che venne a Cartesio dal calore acido della stufa quando, in quel lontanissimo inverno, stendeva le prime miracolose pagine del Discorso.

Desterà sempre la più alta meraviglia il riflettere come possa mai accadere che una sostanza così tenue, così elastica ed attiva, capace di disgregare qualunque corpo, stia ritenuta ed inceppata in quelli in modo tale che non palesi il minimo segno della sua presenza e non eserciti in minimo grado la poderosa sua efficacia nativa. Il legame di affinità è certo il più generale e il più fermo che unisce insieme le differenti parti della materia. Ma basta appena che quel nobile principio di fiamma si sprigioni tra il tessuto dei corpi ov'era combinato e ristretto per riprendere il suo potere prodigioso e manifestarsi libero e attivissimo a suscitar calore. L'attrito è il vero germe della nostra memoria; questa scorta di energia apparentemente dispersa e così utile se noi sappiamo attizzarla. È la scoria più genuina del nostro sentimento: risultato di un lavorio continuo e insensibile di cui pure ignoriamo la causa, ma che è da intendersi come residuo della nostra più prolungata fermentazione. Un mucchio di grano macerato con acqua e gettato nell'angolo della stanza concepisce tale grado di calore che non avremo il coraggio di affondarvi la mano. Non riponiamo troppa fiducia negli stimoli esterni, nelle letture: hanno la durata ingannevole di un foglio di carta che brucia. Tanto vale imporsi l'attenzione come un'abitudine, concentrare tutto il fuoco nel cavo di questa lente. Ma è una disciplina per iniziati, l'unica adatta a quel lento lavoro di sonda che consiste nel veder chiaro in noi stessi, lavoro di una spaventosa pazienza, quanta ne richiesero ad Archimede gli specchi per ardere le navi. E difficile precisare fino a che punto esso rinneghi e diffidi il controllo dei sensi e la fantasia. Qualcuno ci ha lasciato traccia di una simile pratica. Leonardo vi si trovò impegnato tutta la vita, in ogni attimo. È come sentire il tempo ripiegarsi e la materia perire giorno per giorno entro di noi. E una forza inerte eppure attiva, come la mano mancina, come la volontà dei morti.

La prima proprietà del fuoco libero e la più generale e costante del nostro pensiero è quella di dilatare la forma di tutti i corpi e il confine delle parole. Ma si potrebbe spingere oltre questa affinità e dedurre non solamente che il pensiero è corpo, ma che i suoi legami sono sottilissimi ed estremamente mobili, e devono essere le parole dure all'eccesso e dotate di una tale forza da superare la aderenza di quello che possiamo chiamare il magma delle cose. Certo è l'unico avvertimento della nostra vera presenza, della presenza del mondo in noi. Ma fino a che punto noi possiamo agire col fuoco senza disgregare la sostanza delle cose senza corrompere il loro profilo e trovarci nelle mani cenere e calce, vale a dire uno scheletro distrutto? Bisogna evitare per quanto è possibile l'infiammazione, portare la nostra ispirazione a un clima di luce e di calore latente, quello che riesce a salvare, a tener vivi sotto strati di polvere i fossili e le mummie.

28 Gennaio 2012

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